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20.06.2016

Costruire una coalizione civica, progressista e ambientalista per far vivere la Basilicata, ricostruire una rappresentanza del lavoro, promuovere la partecipazione democratica, rinnovare la politica e le istituzioni

Vogliamo spiegare perché, a nostro avviso, sarebbe utile, oltre che giusto, costruire una coalizione civica, progressista e ambientalista per far vivere la Basilicata, ricostruire una rappresentanza del lavoro, promuovere la partecipazione democratica, rinnovare la politica e le istituzioni.
La Basilicata non è fuori dal mondo, e vive pienamente e drammaticamente le contraddizioni di questo decennio, che hanno lasciato ferite profonde nella società. La crisi è stata economica, per i disastri creati dalla grande finanza, politica, perché i partiti come luoghi di discussione democratica e di elaborazione non esistono più, ed istituzionale, perché la stessa capacità decisionale dei governi e dei parlamenti è stata messa seriamente in discussione. ‘I mercati comandano, i tecnici governano e i politici fanno annunci in tv’, è l’espressione utilizzata da più parti per definire la fase attuale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: politiche di austerità che hanno colpito il lavoro e generato nuove povertà, lasciando inalterate le rendite finanziarie e aumentando il divario fra Nord e Sud; subalternità della politica nei confronti dei mercati; crisi delle istituzioni.

Lo stesso progetto di Europa voluto dai padri costituenti, a quindici anni dalla nascita del vincolo monetario, mostra tutti i limiti di un governo europeo senza politiche comuni, che sta finendo per impoverire ampi settori della popolazione. La crisi dell’Europa, resa ancora più evidente dall’imminente referendum sulla Brexit oltre che dalla risposta debole e contraddittoria offerta al dramma dei rifugiati, rischia paradossalmente di rafforzare le stesse lobbyes finanziarie che ieri hanno lucrato sulla politica monetaria (il popolo greco ne sa qualcosa) e domani si preparano a lucrare sul disfacimento delle precarie istituzioni europee.

La sinistra avrà un senso se riuscirà a costruire una risposta credibile a questi problemi, cioè una proposta politica in grado di rappresentare ciò che unisce e può unire anche in futuro i popoli europei.
Questo a maggior ragione in Italia, dove il percorso di “riorganizzazione” avviato dal governo Monti e proseguito fino alla sua rappresentazione più estrema – con le riforme istituzionali e del sistema elettorale di Renzi – ha rafforzato l’idea di uno stato accentratore, che per risolvere gli sprechi e il malcostume della politica e delle istituzioni locali (che ci sono, ma non sono diversi da quanto accade in ogni livello istituzionale e politico, Parlamento e Governo compresi) ha scelto di “buttare il bambino con l’acqua sporca”, con il risultato di rendere sempre più marginali le Regioni italiane, passate nel giro di pochi anni dal “sogno” del federalismo fiscale alla gogna mediatica. La controversa abolizione delle Province (che ci sono ma non ci sono, esperienza tutta italiana) e il sistematico indebolimento dei Comuni, insieme alla legge sblocca Italia, hanno fatto il resto. Ed ora c’è chi parla di “macroregioni”, che in questa situazione più che assumere un ruolo di governo di area vasta finirebbero per certificare il definitivo allontanamento dello Stato dai cittadini e dai territori. E soprattutto di acuire la frattura fra il Sud e il resto del Paese.

Il risultato delle elezioni amministrative da voce a un’Italia che inizia a contrastare questo disegno, indirizzando soprattutto nei confronti del Movimento cinque stelle un bisogno di rinnovamento della rappresentanza politica e del governo dei beni comuni. E conferma la sensibilità democratica mostrata da vaste aree della popolazione con la partecipazione al referendum sulle trivelle del 17 aprile, particolarmente significativa in Basilicata, primo, importante segnale di un’Italia (e di una Basilicata) che non si rassegna al centralismo di Renzi e alla sistematica distruzione di presidi e spazi democratici.
Questo risultato deve essere motivo di un rinnovato impegno nella battaglia per il No al referendum sulla riforma costituzionale di ottobre, che produrrebbe danni ancora più grandi all’assetto istituzionale dell’Italia. Una riforma, quella proposta da Renzi, che non supera il bicameralismo, con un Senato di nominati che nel pasticcio di competenze immaginato, invece di facilitare la dialettica democratica della Camera dei deputati (ove ci fosse, considerata l’infausta legge elettorale che rischia di consegnare a una minoranza la maggioranza dei seggi), finirebbe per svolgere ruolo di interdizione facendo aumentare la confusione istituzionale già esistente.

In questo contesto di radicali quanto incerte trasformazioni, la Basilicata appare sempre più marginale negli assetti politico – istituzionali e nel rapporto con lo Stato, pur trovandosi al centro delle principali questioni del prossimo decennio: energia, ambiente, cultura. L’attuale quadro politico non è in grado di difendere la Basilicata e suoi interessi, mentre la magistratura svolge un’azione efficace entrando nel cuore della questione petrolio, le sparate di Renzi rimangono tali e l’Eni rinuncia a contrapporsi ai giudici adeguando l’impianto di Viggiano ed ammettendo implicitamente le proprie responsabilità.
Basterebbe questa vicenda a indicare la necessità di una nuova coalizione civica, progressista e ambientalista, per far vivere la Basilicata contro quelli che vogliono invece farla morire. Un’alternativa alla deriva neocentrista di Renzi e alla nullità conclamata dell’attuale classe dirigente, per costruire un nuovo patto fra la Regione e lo Stato, per dare un futuro alla Basilicata.
Per farlo occorre ripartire dalla partecipazione dei cittadini, generando luoghi dove possano esprimersi e facendo crescere una nuova classe dirigente che sia in grado di rinnovare la politica e i comportamenti pubblici. La sfida della sinistra, anche in Basilicata, è questa: dimostrare che c’è uno spazio politico per riprendere in maniera moderna la centralità delle persone, del lavoro e dei diritti, per costruire un’alleanza nuova fra ambiente e lavoro, per far ripartire le politiche del lavoro, per affrontare in maniera inclusiva e moderna il tema dell’immigrazione. In una parola, per promuovere lo sviluppo della Basilicata.

Il Pd ha distrutto il centrosinistra, e non si può tornare indietro. Bisogna costruire un’altra storia, facendo appello all’esperienza di quanti hanno conosciuto la militanza in passato, restando delusi dall’attuale deriva della politica italiana, e di quanti arrivano per la prima volta sulla scena, con linguaggi e idee del tutto nuovi.
Sappiamo che non sarà facile e non ci vorrà poco tempo. Ma noi siamo legati alla storia della sinistra italiana, che ha radici antiche, un patrimonio di idee e di valori. Che sarà credibile se saprà guardare in faccia gli errori e le sconfitte e se sarà in grado di portare nella politica e nelle istituzioni proposte politiche e persone nuove. Una sinistra plurale, che sappia valorizzare le differenze e che abbia l’ambizione di cambiare, oltre a se, anche gli altri. Per fare il bene della Basilicata e dell’Italia.

 

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