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I dati sull’occupazione evidenziano le bugie del governo Renzi
02.01.2017

Da ieri Istat Inps, Inail e Ministero del lavoro hanno emanato una nota trimestrale congiunta sullo stato dell’occupazione in Italia. Uno strumento questo che da oggi sarà un arma in più per proteggerci dalla becera opera di disinformazione praticata dai governi che hanno tutto l’interesse politico per ragioni elettorali a non divulgare dati reali ed attendibili, dati falsati che a quanto pare, però non hanno condizionato l’elettorato a votare SI al referendum costituzionale di dicembre, anzi, probabilmente le fandonie sulla crescita dell’occupazione hanno indotto, soprattutto l’elettorato giovane a votare NO, in quanto non basta divulgare tramite mass media dati fasulli, perché fuori la TV c’è il paese reale che, aimè vive sulla propria pelle uno stato di forte degrado del mercato del lavoro e di vera precarietà.

A poco meno di due anni dall’entrata in vigore delle misure previste dal Jobs Act le principali criticità del mercato del lavoro italiano sono ancora tutte evidenti, e non c’è alcun segnale di una inversione di tendenza. Anzi, per molti aspetti, primo fra tutti la questione del precariato, i risultati periodicamente rilevati dall’Istat e dall’INPS mostrano un peggioramento del quadro generale: secondo i dati Istat da gennaio 2015 a oggi la quota di occupati dipendenti con contratti a tempo determinato anziché diminuire è cresciuta. Non solo, in parallelo si è ulteriormente diffusa una forma estrema di lavoro precario, il lavoro accessorio. In tal senso, secondo gli ultimi dati forniti dall’INPS sono circa 121 milioni i voucher di cui 88 milioni usati,. I vaucheristi sono pari a 47 mila lavoratori a tempo pieno. Insomma, alla faccia del superamento del dualismo del mercato del lavoro, si è assistito a un’enorme iniezione di precariato.

Se da un lato emergono dati lievemente positivi sull’occupazione degli over 50, cresciuti di circa 79 mila unità rispetto al secondo trimestre 2016 e di 344 mila unità (+4,6%) rispetto al terzo trimestre 2016; il dato che scoraggia invece, riguarda l’occupazione giovanile degli under 35 che cala di circa 55 mila unità nel terzo trimestre precedente e di 29 mila rispetto a quello dell’anno scorso.

I dati forniti mostrano in maniera evidente che i jobs act non hanno contribuito a creare nuova occupazione (nonostante la forte iniezione di risorse pubbliche), bensì ha eliminato le tutele contro i licenziamenti senza giusta causa, indicativo anche il dato relativo all’analisi sulla composizione degli occupati dipendenti realizzata in base alle comunicazioni del ministero del lavoro: nel terzo trimestre 2016 è stato registrato un aumento congiunturale di 83 mila posizioni a tempo determinato e solo 10 mila a tempo indeterminato , dato che conferma il fatto che la stragrande maggioranza degli occupati in Italia è precaria.

Sulla base di quanto emerge dai dati di cui sopra, e augurandoci che la Corte Costituzionale, dichiari ammissibili i tre referendum presentati dalla Cgil (la decisione è prevista l’11 gennaio) che chiedono l’abolizione del Jobs Act e il ritorno all’articolo 18, la cancellazione dei voucher e il ritorno alle garanzie per i contributi dei lavoratori delle ditte che subappaltano lavori, è necessario ricostruire un fronte comune a sinistra, come avvenuto per il referendum costituzionale, a sostegno della proposta della CGIL  per aprire una nuova stagione sui diritti in grado di coniugare diritti e nuove esigenze di articolazione di orari e produzioni 

Giannino Romaniello

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